COPA LIBERTADORES 2013 - Il primo glorioso canto del Galo: la Review dell'edizione 2013

(cadenaser.com)

Ha vinto la squadra più forte, ma solo sulla carta. Il senso sta tutto nelle parole di Cuca: “Era scritto".
Già, tutto scritto: il pari in Messico al 93°, il rigore fallito da Riascos al 95°, la pausa salutare a causa dei problemi all’impianto d’illuminazione, Guilherme che tocca un solo pallone e fa gol, il Newell’s che per due volte non chiude il conto dal dischetto, l’incredibile quanto provvidenziale (per il Galo…) caduta di Ferreyra dopo aver saltato il portiere; lo stesso Victor che avanza di un paio di metri per respingere il rigore di Miranda. Tutti segni premonitori, certificati dal beffardo incrocio dei pali di Giménez.
Il calcio come metafora della vita: per arrivare in alto, oltre a far ricorso alle tue capacità, il più delle volte devi fare affidamento sulla tua buona stella. E probabilmente nemmeno il fan più sfegatato del Galo può anche solo lontanamente negare che l’Atletico Mineiro, dai quarti in poi, pur senza rubare nulla, ha avuto davvero una fortuna sfacciata.


Ma il risultato è quello che conta. L'Atletico Mineiro vince la prima Copa Libertadores della sua ultracentenaria storia e lo fa con la consapevolezza di essere, ad oggi, uno dei colossi del calcio sudamericano in assoluto. La faccia perennemente sorridente di Ronaldinho Gaucho, la classe di Bernard, i gol di Jo e la qualità di un gruppo solidissimo alla lunghissima distanza è emenrsa come non mai. La vittoria in finale sull'Olimpia di Asuncion è solo il risultato di una serie di fattori che il Galo ha saputo sfruttare; una volta superato il fortissimo Newell's in semifinale, l'Atletico di Cuca ha saputo ribaltare il 2-0 del Defensores del Chaco di Asuncion giocando una partita di ritorno a livelli pazzeschi, davanti ad un Mineirão praticamente tutto esaurito, grazie a due giocate nella ripresa finalizzate da Jo e Leandro Silva. Eppure, nonostante il dominio pressochè indiscutibile, il Galo ha anche rischiato di capitolare e solo l'imprecisione del reparto offensivo albinegro ha permesso a Victor di finire l'incontro da imbattuto. Ai rigori poi ha vinto la squadra mentalmente più "fredda", che ha trasformato tutti i tentativi dagli undici metri e si è presa una rivincita assoluta sui media critici con il gruppo di Cuca. Il cammino dell'Atletico è stato sin da subito roboante: nelle prime cinque uscite del girone iniziale sono arrivate altrettante vittorie con la bellezza di 16 gol segnati (dieci dei quali al malcapitato Arsenal de Sarandì), mentre nel derby brasiliano con il San Paolo il Galo subisce la prima, ma indolore, sconfitta per 2-0. Agli ottavi però l'Atletico ritrova proprio il Tricolor Paulista, stavolta battuto sia in trasferta (2-1) che in casa (4-1, in una delle migliori prestazioni assolute del 2013) dove Jo ha dato spettacolo segnando una tripletta da applausi. Superato, questa volta non senza difficoltà, anche il Tijuana, in semifinale Cuca e i suoi trovano la Lepra di Gerardo Martino, che a Rosario vince 2-0 ma al ritorno viene rimontata dai gol di Bernard e Guilherme. La finale è fresca nella nostra memoria, e certifica la vittoria di un gruppo unito e coeso, guidato dalla mano sapiente di un tecnico che in panchina si siede rigorosamente con un rosario in tasca. E' Cuca l'artefice di questo trionfo; l'allenatore di Curitiba ha puntato su una spina dorsale dal rendimento assoluto che inizia con il portiere Victor e termina con il mirabolante Jo, capocannoniere del torneo con 7 reti totali. In mezzo spazio all'allievo e al maestro: Bernard, nuovo gioiellino del calcio brasiliano (in procinto di passare all'Arsenal) ha giocato sotto la regia di un Ronaldinho rinato da quando è approdato a Belo Horizote. abbandonati definitivamente gli stravizi di Rio, Dinho si è rimesso in discussione e nel post finale ha voluto dedicare la vittoria a chi non credeva più in lui, che oggi è tra quei sette giocatori di sempre che possono vantare la vittoria di Champions e Libertadores.
Anche i gregari hanno avuto la loro importanza: il terzino destro Marcos Rocha e il centrocampista Richarlyson, assenti in finale, hanno letteralmente stupito tutti così come il regista Rosinei e il capitano Revér, che ha avuto il privilegio di alzare la coppa. E poi Leonardo Silva, in gol nell'ultimo atto, Pierre, Junior Cesar, Luan e Josué: tutte gente - ci tiene a precisare Cuca - che si è resa disponibile subito a sposare la causa del Galo senza rifletterci sopra.


Ma che Libertadores è stata? Per molti questa edizione è classificabile tra le "deludenti", soprattutto dagli addetti ai lavori sudamericani che da sempre hanno un debole per le compagini argentine. Un'Argentina ancora una volta rimasta praticamente al palo, eccezion fatta per il buon vecchio Newell's di Gerardo Martino, squadra che con l'Atletico ha espresso probabilmente il miglior calcio del semestre. Le altre rappresentanti albicelestes hanno faticato e non poco: Velez e Boca Juniors hanno subito la stessa sorte, ovvero l'essere state eliminate proprio dalla Lepra che nei quarti si è sbarazzata del Fortìn per poi battere - dopo una serie interminabile di ventiquattro rigori - gli Xeneizes. Il Tigre, pur facendo una bella figura, si è arreso agli ottavo venendo buttato fuori dai vice-campioni dell'Olimpia, dopo aver battuto i paraguayani in casa ed aver perso in trasferta condannati da un clamoros autogol di Paparatto. L'Arsenal invece è stata la peggiore del lotto, non passando la fase a gironi e classificandosi prima nella classifica non molto invidiabile dei gol subiti: 15 in sei partite, una media tremenda per una compagine tutto sommato solida.
 

Atletico a parte, meritano un applauso convinto l'Olimpia di Asuncion e l'Independiente di Santa Fe; la formazione guaranì ha dato davvero tutto il possibile, anche in finale dove però non ha saputo sfruttare le indecisioni del colosso brasiliano. Una squadra di livello assoluto, quella dell'uruguayano Evér Almeyda, che ha messo in mostra alcune individualità famose per chi segue il calcio di queste latitudini, meno per chi "bazzica" solo nei tornei europei. Il portiere Martin Silva, in passato nel mirino del Siena, si guadagna con merito il titolo di miglior portiere della competizione, così come meritano una menzione speciale il laterale Alejandro Silva, uruguagio come l'omonimo portiere, e incursore destro che gioca prevalentemente a sinistra e il difensore centrale argentino Salustiano Candia, per tutti "Don Salustiano", leader della retroguardia olimpìsta. Da segnalare anche il regista Pittoni, rientrato in patria dopo tre anni in Brasile alla Figueirense, e l'ex San Lorenzo Juan Manuel Salgueiro, altro charrùa che con il sinistro fa davvero quel che vuole là davanti. Come Wilmer Medina, centravanti dell'Independiente di Santa Fe (ormai ex, dato che proprio in questi giorni è stato presentato in Ecuador al Barcelona di Guayaquil), che ha guidato Los Cardenales fino alla semifinale persa proprio contro l'Olimpia, maturata con una sconfitta per 2-0 in Paraguay e un ritorno giocato in altura a spron battuto ma vinto, alla fine, solo 1-0.


L'edizione 2013 ha comunque ancora una volta segnato lo stradominio delle brasiliane. Il calcio più ricco, economicamente e tecnicamente, si gioca in Brasile e i club lo dimostrano ogni qualvolta scendono in campo. Tutte le rappresentanti verdeoro hanno passato la fase a gironi, perfino il Palmeiras che quest'anno non gioca nemmeno nella massima divisione. Poi la scrematura ha avuto inizio, e le eliminazioni di Corinthians, Gremio, San Paolo e Palmeiras agli ottavi hanno decimato le forze in campo per un Brasile che - ai quarti - ha dovuto sorprendentemente salutare una delle favorite, il Fluminense, eliminato dall'Olimpia. La sensazione che si è avuta però, è che fin dall'inizio una brasiliana avrebbe vinto. E così è stato. 

Real Garcilaso, Nacional, Tijuana ed Emelec sono state le "mosche bianche" nella seconda fase della competizione; i peruviani hanno sfruttato alla grande i quasi 3,200 metri di Cusco sui quali hanno battuto tutti gli avversari fino ai quarti di finale, quando il Santa Fe - anch'esso abituato a giocare in altura - è passata per 3-1 non cancellando comunque quanto fatto da una società nata nel 2009 e già vincitrice di un titolo nazionale. Il Nacional ha invece provato a tenere alto l'orgoglio uruguagio, con scarsi risultati contorniati dalle figuracce di Peñarol e Defensor nella fase a gruppi. La messicana dell'anno è invece il Tijuana, con li Xolos arenatisi ai quarti dopo la doppia sfortunata sfida contro l'Atletico: i biancorossi rimangono comunque una delle squadre in ascesa nel prossimo futuro, e tra le proprie fila vantano un prospetto fantastico come Fidel Martinez, punta ecuadoregna estrosa dalla testa rovente.
Bocciate tutte le altre: dalle boliviane alle venezuelane, passando per il Cerro Porteño (che ha chiuso con un solo punto, quindi di gran lunga la squadra peggiore delle 32), i Millonarios di Bogotà e la schiera cilena composta da Deportes Iquique, Universidad de Chile e Huachipato. Per loro solo figuracce, in attesa della Sudamericana dove l'Universidad Catolica, il Colo Colo e l'Union Española non dovrebbero avere problemi a partecipare. Lì, ne siamo sicuri, sarà tutta un'altra musica.

LA TOP-11



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