L'uomo di ghiaccio

"Tornare a lavorare dove ti hanno amato è come prendere un cane. Sai già che dovrai dare più del massimo perché lui dipende solo da te, ma quando la sera ti guarda capisci che ti vuole bene. Ed è una gioia doppia. Questo, per me, è stato tornare al West Ham".
 
 
Slaven Bilic non usa mezze parole per descrivere il suo rapporto con l'East End londinese; lui, che da giocatore ci ha passato qualche stagione, è conscio di come allenare il West Ham non sia facile. Perché gli Hammers rappresentano ben più che una semplice squadra; essere del West Ham significa sofferenza e follia, valori imprescindibili nella filosofia della working class londinese, che al mattino si sveglia per portare a casa la giornata, per poi ritrovarsi - al sabato - alla Boleyn Tavern per qualche pinta prepartita. Ad oggi, la missione del croato ha preso una buona direzione, e dopo il 3-1 rifilato al Bournemouth gli Hammers possono ragionevolmente guardare verso l'alto, più che preoccuparsi dei ritorni dalla media classifica. Il merito non è solo di Bilic, ma gran parte dei successi nascono dalle idee e dall'organizzazione di un manager arrivato tra l'indifferenza generale a sostituire Sam Allardyce. Con la partenza di Big Sam, se ne sono andati gli ultimi giocatori che hanno per certi versi segnato l'ultimo lustro in casa West Ham: quello della discesa e della seguente risalita, con la vittoria nel playoff contro il Blackpool come apice indimenticabile.

Parlare di Bilic a livello umano non è assolutamente facile, perché di lui se ne sono dette di tutti i colori: nazista, socialista, rocker (suona la chitarra e ama follemente gli U2), simulatore perdigiorno, condottiero arcigno. La verità è che il croato è un personaggio davvero indecifrabile, anche quando si apre ad interviste o quando parla con i suoi giocatori, con i quali ha un rapporto professionale particolare: "I ragazzi a me possono dire tutto - ha detto recentemente - li ascolto, ma non devono dimenticarsi che io li alleno, non faccio lo psicologo". Indecifrabile, perché perfino la sua vita è diversa dalla maggior parte di croati della sua generazione; niente fame, niente difficoltà, il padre di Bilic era rettore all'Università di Spalato e in famiglia se la passavano abbastanza bene. Nel 1989 fa il suo esordio nell'Hajduk, squadra della sua città, ma allo scoppio della guerra balcanica si trasferisce in Germania, al Karlsruhe, dove diventa uno dei difensori centrali più promettenti d'Europa. Nel '96 Harry Redknapp lo porta a Londra, e i tifosi si innamora no subito di questo guerriero buono, dai modi pacati ma decisi, con gli occhi di ghiaccio. La tappa successiva è Goodison Park, dove raggiunge l'apice della carriera con la maglia dell'Everton. Ma, da Liverpool, inizia anche la sua discesa, culminata con la simulazione nella semifinale del Mondiale 2008, quando fa finta di essere stato morso da Blanc durante un battibecco.
 
 
L'etichette sono difficili da staccare, si sa, ma gli anni hanno cambiato anche Bilic, checchè se ne possa pensare. Oggi il tecnico lavora molto sull'aspetto mentale, crede nel gruppo e non fa preferenze. Rispetto al passato, ha scoperto anche la diplomazia, indispensabile per chi fa questo lavoro. Soprattutto per lui, che in passato ha fatto discutere molto fuori dal campo. Durante Italia - Croazia giocata a Livorno, le poche decine di tifosi arrivati da Zagabria composero una svastica umana per dargli il "benvenuto" come ct della nazionale maggiore. Voci narrano anche che Bilic - nella sua parentesi da selezionatore - amasse caricare i suoi ragazzi con le canzoni di tale Thompson, al secolo Marko Perkovic, rockstar croata dichiaratamente filonazista. Di clamoroso c'è anche la sua esperienza al Besiktas, nel 2013, quando alla conferenza stampa di presentazione il croato spiazza tutti: "Mi ritengo un socialista, nel vero senso della parola. Adotterò un metodo di lavoro marxista-leninista: nel gruppo non esistono ricchi o poveri. So di non poter salvare il mondo da solo, ma sarò in prima linea per combattere". La sua campagna turca non andò benissimo; arrivato per riportare il titolo sulla sponda bianconera di Istanbul, con il Besiktas conquista solo due terzi posti. Il resto è storia, con la chiamata del West Ham.

 
Gli inizi non sono stati semplici, ma l'eliminazione dall'Europa League è stata metabolizzata bene dalla squadra e dai tifosi, che si sono consolati in campionato. Quest'anno gli Hammers sono la classica "giant killer", soprattutto in trasferta, dove i soldati di Bilic hanno impallinato - a turno - Arsenal, Manchester City, Liverpool e poi - in casa - il Chelsea. Upton Park, al suo ultimo anno prima della demolizione, chiedeva anche un cambiamento dal punto di vista del gioco, cosa puntualmente verificatasi quando Bilic ha deciso di puntare tutto sulla tecnica. Uno stravolgimento, rispetto alle prestazioni sobrie e poco spettacolari dell'era Allardyce, con il merito ulteriore dell'utilizzo di tutti i giovani a disposizione. Il resto lo hanno fatto i suoi ragazzi: "Io alleno e devo cercare di motivare la squadra, ma poi in campo vanno loro", chiosa Slaven prima della gara vinta contro il Crystal Palace. Partita decisa dai due talenti del gruppo: Dimitri Payet e Manuel Lanzini. Il francese - nato però nei Territori d' Oltre Mare - è il vero "crack" di questa Premier League, e rappresenta l'arma in più del West Ham con la sua classe e la sua facilità di trovare porta e compagni. Lanzini, arrivato sotto silenzio, è invece la miglior creazione di Bilic, bravo a plasmarlo tatticamente a suo credo, ottenendo un prototipo di giocatore totale.
 
"Vincere tramite il gioco è la mia missione: ci va tempo, pazienza e calma" dice il croato. E lui, l'uomo di ghiaccio, di freddezza se ne intende.

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