Come sta il calcio rumeno?


Era il 1998 quando George Hagi, icona del calcio rumeno, qualche giorno prima dell'esordio mondiale contro il Paraguay si lasciò andare ad alcune dichiarazioni graffianti:

"Il fatto che il nostro sia un gruppo forte nasconde le tante difficoltà in cui versa il calcio rumeno. Tra qualche anno, quando smetteremo, vedrete quanti problemi verranno fuori".


Quasi vent'anni dopo le parole di Gică risuonano più attuali che mai. Il calcio rumeno, tra scandali e polemiche, sta vivendo forse il suo momento storico peggiore, a causa di una gestione dilettantesca ai limiti della legalità e - soprattutto - ad un menefreghismo imperante da parte di chi comanda, intento in primis a combattere battaglie personali.

Il torneo locale, dati Transfermarkt alla mano, è al ventunesimo posto complessivo come valore delle rose, dietro a realtà sulla carta minori come Polonia, Repubblica Ceca, Ucraina e addirittura Scozia. Il tutto, mentre la nazionale naviga in posizione anonima nella classifica del ranking FIFA, e i club locali da anni recitino il ruolo da comprimari nell'Europa che conta.

La prima conclusione la si può dunque trarre facilmente: il calcio rumeno sta male.

L'avventura della nazionale a Euro 2016 appare più come una casualità che non un obiettivo raggiunto tramite programmazione. Il canto del cigno del 2000, agli europei ospitati in coabitazione da Olanda e Belgio, ha chiuso quella che da tutti è considerata la golden age rumena. Una generazione, forse la migliore di sempre, figlia di quella che sedici anni prima - ad Usa '94 - aveva stupito il mondo prendendo a pallonate l'Argentina. Una squadra con tante individualità di livello, guidate in campo da George Hagi, a sua volta cresciuto con il mito dell'invincibile Steaua del 1986, campione d'Europa nella finalissima contro il Barcellona.



Per questo il "Maradona dei Carpazi" è una figura fondamentale per la ricostruzione di un movimento calcistico malato nel suo interno, con tante - forse troppe - metastasi ormai difficili da arginare.

Tra ingerenze sistematiche in federazione, continui scandali legati al calcio-scommesse e ordinarie "morti calcistiche" (la Romania, in Europa, primeggia nella triste classifica delle società dichiarate fallite nell'ultimo decennio), a tener banco negli ultimi anni è stata la vicenda Steaua.

Una storia che ha dell'incredibile, legata all'acquisizione del club nel 2004 da parte di Gigi Becali, procuratore diventato famoso per il controllo totale su tutti i movimenti del calcio est-europeo, ma soprattutto per essersi arricchito in modi poco ortodossi (tipo speculazioni su terreni appartenenti all'esercito rumeno) che gli sono costati anche tre anni di reclusione.

Subentrato al presidente uscente Păunescu, Becali in patria ha costruito un vero e proprio impero con la Steaua come cardine centrale, tanto da monopolizzare il campionato. Sotto il suo controllo, il "club tifato dalla metà del popolo rumeno" ha vinto cinque campionati e collezionato tre secondi posti, e in questa stagione al momento occupa la prima posizione in classifica nonostante il derby perso contro la Dinamo.

Nel 2014 però arriva un'inattesa la doccia fredda per la Steaua: la Corte Suprema stabilisce che l'acquisizione della società da parte della famiglia Becali presenta delle irregolarità, e obbliga il club a rinunciare con effetto immediato a stemma e colori storici.

Il logo originale torna ad essere di proprietà dell'esercito, che attorno al 2000 aveva di fatto ceduto la società a Viorel Păunescu, pronto a rifondare la squadra e a ripartire dalle serie inferiori locali con il nome originale. Nella massima serie rimane invece il FCSB, acronimo usato da Becali per richiamare (o almeno provarci) il nome di una Steaua Bucarest alla quale, in quei giorni, venne recitato il definitivo de profundis.


La perdita di identità ha portato ad un'emorragia di tifosi (anch'essi divisi sull'ingombrante figura del padre padrone Becali), come testimonia il celebre episodio accaduto durante l'Europa League di tre anni fa.

All'Arena Naţională - per gli ottavi contro la Dinamo Kiev - erano attesi più di sessantamila spettatori, ridotti a ottomila dopo la fresca sentenza emanata dal Tribunale. Per un po' di tempo, la "nuova" Steaua è stata anche costretta ad emigrare in una città diversa da Bucarest, Pitesti, in quanto non aveva più il permesso per usare i due impianti della capitale.

Quest'anno, nonostante la fresca caduta nella stracittadina, la squadra di Reghecampf è ancora prima in classifica.

La partita si è giocata davanti a quasi quarantamila persone, in casa di una Dinamo Bucarest all'ultima chiamata per rientrare nella corsa al titolo e risolta da due reti - entrambe realizzate su calcio di rigore - dal centrale goleador Hancan. Il secondo gol è arrivato al 96° minuto, contribuendo ad alimentare le già infuocatissime polemiche dei giorni scorsi legate - ancora una volta - all'operato poco limpido della famiglia Becali.



La Steaua viene accusata di fare terra bruciata intorno a sé comprando sistematicamente i giocatori migliori dalle altre squadre, e finendo di fatto per impoverire il livello tecnico della già mediocre competizione nazionale. Dall'altra però, Becali è convinto che se il sistema rimane ancora in piedi nonostante tutto, è solo grazie al denaro che proprio la sua società fa circolare nel paese.

Solo nelle ultime due sessioni di mercato, la Steaua ha infatti distribuito un valore complessivo di circa sette milioni di euro nei patri confini, rinforzandosi ulteriormente dal punto di vista tecnico. Gli arrivi di Denis Alibec (ex Inter), del brasiliano Willian e del centrale difensivo Boldrin dall'Astra Giurgiu non solo hanno rappresentato un'iniezione di forze fresche per gli Steliștii, ma anche un ulteriore ridimensionamento per l'avversaria più quotata nella contesa del titolo. Il predominio territoriale non ha comunque impedito lo scivolone nel ranking UEFA per club, in cui la società di Becali ha perso diverse posizioni, passando dal 17° posto del 2015 al 53° del 2016.



Solo la Dinamo, rivale storica rimasta in vita dopo il fallimento del Rapid, riesce parzialmente a tenere testa al colosso Steaua.

Con i loro 18 titoli complessivi, i Dinamoviștii sperano di ritornare protagonisti sotto la guida del businness-man Ionuț Negoiță, salito a capo del club nel 2013 dopo aver raccolto la Dinamo sull'orlo del fallimento. La crescita però non è immediata, viste anche le pessime condizioni in cui versa il settore giovanile, completamente ripulito dalle precedenti gestioni.

La prima mossa per tornare grandi passa dal volto di Cosmin Contra, garante umano del nuovo progetto biancorosso, arrivato a febbraio per sostituire l'esonerato Ioan Andone. Per l'ex terzino milanista è la quinta esperienza su una panchina di club dopo quelle con Petrolul, Getafe, Guangzhou R&F e Alcorcon.

La squadra possiede individualità interessanti: dal capitano croato Palic al figlio d'arte Rivaldinho, passando per l'ex prodigio del Liverpool Nemec, il portiere della nazionale panamense Jaime Penedo, l'eclettico Filip e la punta Popa.

Di isole felici, in Romania, non ne esistono. O almeno, non che siano destinate a durare. 

Se negli scorsi anni Cluj e Astra Giurgiu avevano dato qualche segnale, oggi va sottolineato il lavoro particolare che sta conducendo proprio George Hagi alla guida del Viitorul Constanța, piccola cenerentola in lotta per il titolo in mezzo ai colossi di Bucarest.



Il club nasce nel 2009 come supporto alla Geoge Hagi Football Academy, e la sua storia può essere descritta più semplicemente come una costante scalata verso l'alto. Oggi, dopo essere passata attraverso tutte le serie inferiori, il Viitorul è una delle società modello del calcio rumeno. Hagi è il presidente e prende in prima persona tutte le decisioni legate al destino del club.

Un club che lega le proprie fortune ai giovani: quest'anno ben diciotto componenti della rosa arrivano direttamente dal vivaio, contribuendo in maniera sensibile alla crescita della società.

Hagi, recentemente, ha spiegato le sue intenzioni:

"La prima idea che mi è venuta una volta smesso di giocare è stata quella di fondare una scuola calcio, perché in Romania c'è bisogno in questo momento di investire sui giovani. Oggi otto degli undici giocatori titolari sono dell'Academia. Il 70% della rosa è formata da ragazzi del settore giovanile. La rosa è di 25 giocatori. Per quanto riguarda il settore giovanile i bambini dai 7 ai 12 anni arrivano dalla nostra regione, Costanza. I più promettenti calciatori dai 13-14 anni in su li prendiamo da tutta la Romania. Abbiamo 77 ragazzi, paghiamo noi le spese di tutto".

Insomma, la strategia migliore sembra quella di tornare a lavorare con attenzione sul territorio. Una missione che ha prodotto tre promozioni in rapida successione fino all'esordio in Europa League l'estate scorsa.



La nazionale invece non se la passa benissimo. 

Alla guida, dal post Euro 2016, c'è Christoph Daum, un personaggio che definire controverso è eufemismo puro. Il tedesco ha firmato un biennale, ma qualora dovesse riuscire a portare la Romania a Russia 2018 otterrebbe automaticamente un rinnovo di altri due anni.

Il primo posto del girone è ormai appannaggio della Polonia, così non resta che sperare nella seconda piazza, che varrebbe i playoff. Daum è costretto a fare i conti con una nazionale povera in termini di talento, come ha dichiarato poco tempo fa Dominique Antognoni, penna della Gazzeta Sporturilor:

"Daum dice di volere una squadra più propensa a creare gioco e maggiormente orientata ad attaccare. Ma se mancano i giocatori, nemmeno Guardiola potrebbe combinare molto. Negli anni scorsi - conclude Antognoni - qualche giocatore riuscivamo a lanciarlo (Chivu, Mutu ndr), oggi il giocatore più rappresentativo è Vlad Chiriches, un miracolato".

Di lavoro, insomma, ce n'è ancora da fare tanto.

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