Ritorno a casa


Teófilo Gutiérrez è uno dei giocatori sudamericani più chiacchierati, seguiti, criticati ma al tempo stesso amati dagli appassionati. La sua carriera, spesa in giro per il subcontinente con qualche puntatina (non troppo fortunata) in Europa, si concluderà a Barranquilla, dove tutto è iniziato una dozzina di anni fa.

Il 26 giugno 2017 è una data da ricordare: al "Metropolitano", storico impianto cittadino che ha raccontato - in questi anni - tantissime battaglie del club locale, Teo viene presentato davanti a 45000 persone: cori, striscioni, fuochi d'artificio e anche qualche incidente tra barras bravas e polizia hanno riaccolto a casa il figliol prodigo. Teófilo ha conquistato tutto partendo dal nulla; nato e cresciuto in un sobborgo di Barranquilla, inizia a giocare a calcio all'età di 12 anni nel tempo libero, tra la scuola e il lavoro. Già, il lavoro, perché per aiutare il padre, Teo andava tutti i giorni a scaricare le casse di pesce nella zona della Sociedad Portuaria. Pesce che poi, in un secondo momento, veniva rivenduto per permettere a papà di arrotondare lo stipendio.

La sua parabola calcistica è costellata di alti e bassi, rappresentati da episodi che esprimono al massimo il genio e la sregolatezza di un giocatore a suo modo unico. Non è un caso che il processo di maturazione abbia avuto il suo compimento in coincidenza con il suo approdo al River Plate, poco dopo aver compiuto 27 anni. L'ambiente millonario ha avuto un grande impatto su Gutierrez: nelle due stagioni con la banda sul petto, il ragazzo di Barranquilla sembra un giocatore trasformato, tanto da diventare uno dei trascinatori di quella che - da lì a poco - si rivelerà una delle squadre più forti ed influenti del calcio latinoamericano.

Con il River, Teo si porta a casa una Copa Sudamericana ed un Recopa, aiutando Marcelo Gallardo a plasmare la mentalità vincente che avrebbe poi permesso al club di costruire la cavalcata trionfale in Copa Libertadores.





In campo fa la differenza, agendo indifferentemente da prima o seconda punta, diventando letale per la sua impostazione tattica molto ibrida, che gli permette di essere decisivo svariando su tutto il fronte d'attacco. Teo gioca tanto e lo fa bene, integrandosi con qualsiasi compagno di reparto gli venga schierato a fianco. Si può dire che quella tra lui ed il River Plate sia stata, per certi versi, la storia di un amore ricambiato a vicenda, cominciata tra l'entusiasmo generale e terminata forzatamente (i soldi, in fondo, in Argentina fanno comodo) con un addio in lacrime. Un addio arrivato dopo quella che forse è stata la partita manifesto di Teo con il River Plate, ovvero la trasferta di Belo Horizonte contro il Cruzeiro in Copa Libertadores.

Esiste però anche un Teófilo pre River, ed è forse proprio quella parte di lui ad averne - per certi versi - limitato la carriera. Nel lasso di tempo trascorso tra gli esordi e il passaggio a Nunez, Gutiérrez si fa notare per i tanti cartellini rossi rimediati più che per i gol segnati. Nel 2011, poco dopo il suo passaggio al Racing, sfida apertamente la "Bombonera" dopo aver aggredito l'arbitro del match tra xeneizes ed Académia, Nestor Pitana, "reo" di non avergli concesso un calcio di rigore netto. Poco tempo dopo, al termine di un derby contro l'Independiente in cui prima crea (suo il gol del Racing) e poi disfa (ennesima espulsione ai suoi danni), viene alle mani nello spogliatoio con il capitano del Racing Sebastian Saja. La lite prosegue fino a quando Teo non tira fuori dalla borsa una pistola, che solo dopo si scoprirà essere un semplice giocattolo.

L'episodio della pistola rappresentò di fatto l'addio al Racing, club che tanto ha dato a Teófilo in termini di visibilità e fiducia, venendo però ripagato con continue follie in campo (vedi anche la furbata che costò un'espulsione a Gabriel Milito) e fuori.




Teo non ha mai nascosto i suoi limiti: "Il calcio mi ha salvato dalla guerra, dalla violenza nelle strade: sapevo di avere talento per diventare qualcuno, ma senza aiuto non ce l'avrei mai fatta".

Quell'aiuto è arrivato in primis da William Knight, tecnico del settore giovanile dell'Atletico Junior. Knight scova Teo durante un torneo di quindicenni e lo blocca immediatamente. I dubbi sul ragazzo sono essenzialmente di carattere fisico, ma quell'attaccante - seppur molto esile - ha delle potenzialità che non ci si può far sfuggire.

Dopo un paio di prestiti (Barranquilla FC ed Expreso Rojo), l'Atletico Junior lo mette al centro del proprio progetto tecnico sfruttandolo per due anni, fino agli sgoccioli del 2009 quando dalla Turchia il Trabzonspor si fa avanti e decide di regalargli la prima avventura europea. Giusto il tempo di alzare una coppa nazionale a Trebisonda, che arriva la chiamata del Racing. Dopo la tappa di Avellaneda si trasferisce per pochi mesi nel sud di Buenos Aires, a Lanus, dove collezione un paio di presenze ed un gol in Libertadores prima di tornare all'Atletico Junior. Poi Messico, River Plate, Sporting Lisbona (alla cui tifoseria lascia un ottimo ricordo) e Rosario Central, dove - dopo i primi mesi di idillio - Teófilo comincia ad avere diversi problemi.

Motivo? Il poco spazio, la coesistenza forzata con un accentratore di palloni come Marco Ruben e soprattutto la voglia di tornare definitivamente a Barranquilla. 


Dal suo popolo. Dalla sua gente. La partita contro il Godoy Cruz e l'episodio del rigore sbagliato dopo aver strappato il pallone dalle mani di Ruben segnano la fine del rapporto con la Canalla, costellato di alcune buone giocate e delle inevitabili "locuras" di cui intanto è tornato ad alimentarsi. Alla "Bombonera" si consuma il secondo atto della faida contro la tifoseria boquense: Teo segna ed esulta mimando la banda sul petto: un chiaro riferimento al River Plate, il suo unico vero amore all'infuori dell'Atletico Junior.

Dopo mesi di tira e molla, il Rosario Central libera finalmente l'attaccante: "Sono felice come un bambino - ha detto durante la presentazione - vengo per aiutare la squadra a vincere il titolo". In dote porterà esperienza e quella sana dose di sfacciataggine che non ha mai perso del tutto.

Teo ha vinto ovunque abbia giocato. Gli manca solo l'acuto finale. Quello in casa sua, davanti al suo popolo. Sarà questa la sfida più difficile per colui che negli anni si è guadagnato due soprannomi che lo caratterizzano in pieno: "el Pescadór", per via delle sue origini, e "Teogolófilo".

Su di lui hanno girato anche un documentario: si intitola "El goleador de la esperanza", e racconta in poco meno di mezz'ora la storia di un ragazzino che corona il suo sogno di diventare calciatore partendo dal nulla.

Un nulla che per lui è tutto. Barranquilla, che già lo ha riabbracciato, è pronta a cadere ai suoi piedi.

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