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L'assegnazione
della Coppa del Mondo 2022 al Qatar ha aperto definitivamente una
finestra sul calcio medio-orientale. Negli ultimi anni Qatar, Emirati
Arabi e Arabia Saudita hanno avuto un forte impatto sull'economia
sportiva del continente asiatico, tanto
che – a livello di club e di risultati – i tre movimenti calcistici locali sono cresciuti esponenzialmente. Una crescita tangibile, direttamente proporzionale all'aumento degli investimenti e degli sforzi economici profusi da società e federazioni.
che – a livello di club e di risultati – i tre movimenti calcistici locali sono cresciuti esponenzialmente. Una crescita tangibile, direttamente proporzionale all'aumento degli investimenti e degli sforzi economici profusi da società e federazioni.
Contrariamente
ad altri paesi asiatici, che hanno investito molto su calciatori di
dubbia qualità disinteressandosi del contorno, la strada intrapresa
da Emirati Arabi e Qatar verte principalmente al valorizzare le
infrastrutture. Questi ultimi, tra l'altro, sono alle prese con una
vera e propria missione impossibile, ovvero quella di consegnare per
tempo tutti gli impianti promessi in vista del mondiale, che si
disputerà tra soli quattro anni. Al momento le cose non procedono
affatto bene, tra ritardi sulla tabella di marcia e denunce di
Amnesty International su presunte violazioni dei diritti umani.
L'Arabia
Saudita invece ha scelto una via di mezzo. Nell'ultima finestra di
mercato la Saudi Premier League si è assestata al quinto posto nella
speciale classifica delle leghe nazionali che più hanno speso nel
calciomercato. Quella estiva è stata una sessione molto importante,
che ha smosso – secondo l'ultimo report redatto dalla FIFA - la
cifra record di oltre 152 milioni di dollari. A Riyadh e dintorni
sono arrivati giocatori ancora nel pieno della carriera, in un
processo di crescita che punta, tra qualche anno, a far tornare
protagonisti i club locali a livello internazionale. La società che
ha speso di più è stata l'Al Nasr: nella capitale è stato
investito l'equivalente di quasi 46 milioni di euro per cinque
cartellini. Il più importante, quello del nigeriano Ahmed Musa, è
costato oltre 16 milioni. Poi, a scendere, sono stati messi a
bilancio gli ingaggi del brasiliano Giuliano (10.5 milioni di euro),
Nordin Amrabat (8.5), Abderazak Hamdallah (6) e Petros (5).
L'acquisto
più importante lo hanno però messo a segno i campioni in carica
dell'Al Hilal: dai vicini Emirati è arrivato Omar Abdulrahman che, a
27 anni, ha deciso di lasciare la sua comfort zone di Dubai per
cimentarsi in un nuovo contesto. Oltre a essere un grandissimo
giocatore, il fantasista di origine yemenita è una vera e propria
macchina da soldi: considerato il giocatore più forte e
rappresentativo del continente nonostante non abbia mai giocato in
Europa, “Moory” è testimonial Nike dal 2012 e ha vinto il
Pallone d'Oro asiatico nel 2016, un titolo che gli ha regalato la
copertina del famoso videogioco Pro Evolution Soccer. Il matrimonio
tra Al Hilal e Abdulrahman ha portato ulteriore visibilità a un club
che, già da anni, ha investito forze e risorse nella valorizzazione
del proprio brand, nel marketing e nei media.
Oltre a
essere una delle società asiatiche più pagate dalla Nike, sponsor
tecnico dal 2013, l'Al Hilal ha recentemente stretto accordi
commerciali col colosso automobilistico Wolfswagen, con Bupa Arabia
(una società assicurativa) e soprattutto con Kingdom Company, una
delle holding di investimento più famose al mondo. L'immissione di
nuovi capitali, oltre alla presenza di uno sponsor storico come
Mobily – che, poco tempo fa, ha rinnovato la partnership col club
biancoblu per un totale di 138 milioni di dollari in sei anni –
hanno permesso all'Al Hilal di espandersi su territorio locale. Nel
2011 la società ha aperto il primo fan shop di tutta l'Arabia
Saudita, acquistando un intero edificio nel centro di Riyadh per 4
milioni di dollari. A fine 2013 altri due store ufficiali sono stati
inaugurati tra Khor e Jeddah, in un processo di espansione che si
pone come obiettivo la promozione a livello nazionale del marchio Al
Hilal. Un'altra innovazione riguarda l'introduzione della membership
card, una sorta di carta fedeltà creata sul modello inglese, con la
quale i soci possono ottenere varie agevolazioni sulle iniziative del
club. Tutto questo ha generato un circolo virtuoso al quale,
ovviamente, si è aggrappata anche la federazione, che ogni anno paga
circa 2 milioni di dollari per trasmettere in esclusiva le partite
dell'Al Hilal.
A margine, è
stato inaugurato anche il canale tematico della società, con gli
studi situati all'interno del camp costruito dall'ex presidente
Abdulrahman bin Musa'ad; si tratta di una piccola cittadella situata
alle porte di Riyadh con alberghi, campi da calcio, meeting rooms,
una biblioteca, ristoranti e una clinica medica, oltre agli impianti
dove si allena la prima squadra. Altri club sauditi stanno per
seguire questo esempio: l'Al Ittihad, club con sede a Jeddah che nel
2014 ha inaugurato il nuovo King Abdullah Sports City Stadium, a
breve costruirà un nuovo centro sportivo e aprirà il suo primo
store ufficiale al centro della città, nelle vicinanze di quello dei
rivali dell'Al Hilal.
Un occhio al
campo, ma non solo: la strada imboccata dall'Arabia Saudita sembra
proprio quella vincente.
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